Nei giorni scorsi la Provincia ha approvato, su proposta dell’assessora all’istruzione Francesca Gerosa, le nuove linee di indirizzo delle politiche giovanili. Tra le criticità segnalate compare anche il dato dell’abbandono scolastico, che nell’ultima rilevazione si attesta all’8,2%. Eppure alcune scelte che si stanno delineando in queste settimane rischiano di muoversi nella direzione opposta rispetto all’obiettivo dichiarato di ridurre la dispersione. Il riferimento è alla possibile combinazione di due interventi: da un lato la riforma nazionale degli istituti tecnici, dall’altro il ddl provinciale sulle carenze scolastiche.
Il Ministero dell’Istruzione ha finalmente reso noti i nuovi quadri orari e l’assetto dei percorsi degli istituti tecnici che entreranno in vigore dalle classi prime dell’anno scolastico 2026/2027. Il provvedimento, che attua quanto previsto dal decreto legge 144/2022, conferma molte delle anticipazioni circolate nelle scorse settimane. La direzione appare chiara: maggiore integrazione con il mondo del lavoro e percorsi più orientati alla professionalizzazione.
Tra gli elementi più significativi vi è una profonda ridefinizione del biennio, con l’introduzione di una quota rilevante di materie professionalizzanti già nel primo anno e la scelta dell’indirizzo collocata nell’ultimo anno della scuola media. Questa impostazione appare in controtendenza rispetto a quanto indicato dalla ricerca educativa e dall’esperienza delle scuole. Il biennio degli istituti tecnici è stato concepito proprio per permettere agli studenti di maturare una scelta più consapevole. Nella pratica sappiamo che questa decisione è complessa anche alla fine della seconda superiore e per questo negli istituti si investe da tempo in attività di orientamento sempre più strutturate. Anticipare la decisione alla fine della scuola media significa chiedere a studenti di tredici o quattordici anni di compiere una scelta che spesso non sono in grado di valutare pienamente. A rendere ancora più critica la riforma, essa dovrebbe partire già dal prossimo anno scolastico: dopo mesi di orientamento basato sull’attuale sistema, e con le iscrizioni già chiuse, ci si chiede come dovranno comportarsi ora le scuole.
A questo si aggiunge il possibile effetto combinato con il ddl provinciale sulle carenze (slittato al 2027), che prevede sbarramenti in seconda e in quarta quando gli studenti dovranno recuperare tutte le carenze per poter accedere all’anno successivo. Se però la scelta dell’indirizzo avviene all’inizio del percorso e lo “sbarramento” viene posto alla fine della seconda, il rischio è evidente: si potrebbero registrare molte bocciature al termine del biennio e in quel momento cambiare indirizzo sarebbe molto più complesso, significando spesso dovere ripartire quasi da capo. Il risultato potrebbe essere esattamente opposto a quanto auspicato: studenti che, trovandosi bloccati in un indirizzo scelto troppo presto e senza reali possibilità di riorientamento, perdono motivazione e finiscono per abbandonare il loro percorso di formazione. Tanto più alla fine della seconda classe, quando si conclude l’obbligo scolastico.
Un ulteriore elemento di preoccupazione riguarda la riduzione delle ore dedicate alle discipline scientifiche nel biennio. I nuovi quadri orari indicano infatti un forte ridimensionamento di fisica, chimica e scienze, con accorpamenti tra le materie e un monte ore complessivamente dimezzato. Sono inoltre previsti tagli a matematica e alle materie letterarie nel triennio. Queste discipline non rappresentano soltanto un bagaglio teorico: costituiscono la base culturale che permette agli studenti di comprendere criticamente le tecnologie che studiano e utilizzano, oltre a essere fondamentali per chi intende proseguire gli studi universitari in ambito scientifico o ingegneristico.
Una riduzione oraria così significativa rischia di modificare la natura stessa degli istituti tecnici, spostandoli verso una dimensione più strettamente professionalizzante. Una scelta discutibile soprattutto in un territorio come il Trentino, dove esiste già la filiera della formazione professionale di alto livello.
Di fronte a questi cambiamenti sorge infine una domanda più generale. L’autonomia trentina si è spesso proposta come un laboratorio di innovazione educativa, con l’obiettivo di adattare le politiche nazionali alle specificità del territorio. Proprio per questo sorprende che, su un tema così delicato per il futuro della scuola, l’amministrazione provinciale si appiattisca sulla mera applicazione di scelte nazionali, senza un confronto reale con chi nella scuola lavora ogni giorno. La scuola è uno dei pilastri dell’autonomia trentina e riguarda l’intera comunità: sarebbe quindi auspicabile che le forze politiche più lungimiranti, sia della maggioranza che dell’opposizione, valutassero con attenzione le conseguenze di queste decisioni, evitando che scelte così rilevanti per il futuro del nostro territorio vengano lasciate all’iniziativa di singole componenti politiche invece di essere affrontate attraverso un confronto più ampio e condiviso.
Proprio per questo è legittimo auspicare che venga approfondita la possibilità di una declinazione autonoma della riforma, che coinvolga anche le diverse componenti scolastiche e preservi il valore formativo del biennio, mantenendo un equilibrio tra orientamento, cultura scientifica e preparazione tecnica.
Se l’obiettivo dichiarato e sbandierato in ogni occasione propizia è davvero ridurre la dispersione scolastica, è necessario interrogarsi con attenzione sul valore e sugli effetti di riforme che, nel loro impianto attuale, rischiano di produrre risultati opposti a quelli propagandati con tanta enfasi.
Andrea Dietre
Docet, associazione insegnanti della provincia di Trento
