C’è un’arte sottile in cui la Provincia autonoma di Trento eccelle da anni: l’autosuggestione. Per molto tempo ci siamo crogiolati nel mito della scuola perfetta, convinti che la nostra autonomia speciale, l’abbondanza di risorse finanziarie e la stabilità politica costituissero una sorta di scudo permanente contro i mali del sistema scolastico nazionale. I dati INVALSI del triennio 2024-2026, purtroppo, hanno il difetto della realtà: costringono a rivedere l’idea che il Trentino ha costruito di sé. Mostrano infatti un territorio che sta progressivamente perdendo il vantaggio accumulato nel panorama scolastico italiano. Confrontarsi con la media nazionale per rassicurarsi è un errore di prospettiva; il vero termometro è il confronto con i territori limitrofi come il Veneto e la Lombardia, che oggi, a parità di condizioni sociali ma con meno risorse legate a statuti speciali, ci sorpassano o ci affiancano.
La narrazione consolatoria della burocrazia scolastica nostrana non regge più. Lasciamo allora da parte gli slogan e guardiamo i numeri: se analizziamo la serie storica dal 2018-2019 a oggi, emerge che non siamo di fronte a un’oscillazione statistica passeggera, ma a un arretramento che non possiamo più liquidare come episodico.
Dove si concentra il problema? Nella scuola secondaria di secondo grado. Esaminiamo i dati del grado 10 (il secondo anno delle superiori): in Italiano, se nel 2025 il Trentino primeggiava con il 78% di studenti con competenze adeguate, nel 2026 la quota è crollata al 68%, facendosi superare sia dal Veneto (70%) sia dalla Lombardia (69%).
In Matematica il calo è ancora più netto. Nel 2025 il Trentino era l’unico territorio italiano sopra l’80%; in soli dodici mesi abbiamo perso ben 12 punti percentuali, precipitando al 69%, tallonati dal Veneto (67%).
Ma è al traguardo finale, al grado 13 (quinto anno delle superiori), che il calo delle competenze assume dimensioni tra le più preoccupanti registrate nel Paese. In Italiano, la percentuale di studenti che raggiungono i traguardi previsti è scesa linearmente dall’83% del 2019, al 69% del 2024, fino a fermarsi al 61% nel 2026. Un crollo di 22 punti percentuali, tra i più marcati registrati in Italia, che mostra come il nostro territorio abbia risentito del deterioramento degli apprendimenti più di altri. Oggi siamo costretti a guardare dal basso il Veneto (65%) e la Lombardia (63%). In Matematica la traiettoria è analoga: dall’81% di studenti adeguati nel 2019 siamo scivolati al 64% del 2026. Il primato che ancora formalmente conserviamo in questa materia è ormai un primato di Pirro: nel 2024 il vantaggio sul Veneto era di 6 punti percentuali (72% contro 66%), oggi il distacco è ridotto a un solo, misero punto percentuale (64% contro il 63% di Veneto e Lombardia). Se non fosse per i risultati eccellenti di alcuni licei scientifici, il quadro sarebbe ancora più preoccupante.
Di fronte a questa ritirata, la risposta dell’amministrazione rischia di essere quella già sentita molte volte: invocare la complessità della popolazione studentesca o gli strascichi del Covid-19. Scuse comode, che però si scontrano con un fatto banale: la pandemia ha colpito tutti. Solo che, mentre le regioni vicine hanno mostrato una maggiore capacità di recupero degli apprendimenti, il Trentino è rimasto a contemplare i fasti del passato. Abbiamo creduto che il nostro sistema funzionasse, e abbiamo continuato a ripetercelo anche quando i risultati hanno iniziato a raccontare altro.
C’è poi un nervo scoperto che i grafici più rassicuranti non riescono a cancellare: l’equità interna. Ci viene spesso ripetuto che il Trentino vanta tassi di dispersione scolastica esplicita lusinghieri (proiettati al 7,3% nel 2026). Ma trattenere fisicamente gli studenti in classe fino al diploma per far quadrare le statistiche rischia di essere un’operazione di facciata se poi non si garantiscono loro le competenze minime. Al secondo anno delle superiori la quota di studenti che si collocano nella fascia di grave fragilità linguistica (il livello 1) ha toccato il 9,8%. È un dato peggiore di quello del Veneto (7,1%) e del Friuli Venezia Giulia (7,9%). Questo significa che il nostro sistema sta scivolando verso una preoccupante polarizzazione: non solo non voliamo più alto, ma facciamo cadere più persone dal nido. È la cosiddetta dispersione implicita: diplomare ragazzi che non possiedono gli strumenti minimi per una cittadinanza attiva.
Come associazione di insegnanti, riteniamo che questo declino non sia un destino ineluttabile, ma il segnale che un modello, così com’è stato interpretato finora, mostra i propri limiti. Negli ultimi anni la politica scolastica trentina ha dedicato molte energie a digitalizzazione, innovazione e nuovi modelli organizzativi, talvolta dimenticando che una scuola vive anzitutto della qualità degli apprendimenti e delle pratiche didattiche quotidiane. L’autonomia non corregge i compiti, non prepara le lezioni e non insegna in classe. È uno strumento. Se funziona, produce risultati. Se non li produce, non basta invocarla.
I dati attuali non sono una semplice oscillazione annuale: sono un campanello d’allarme. È giunto il momento che l’amministrazione metta da parte l’orgoglio autoreferenziale e apra un dibattito serio. La scuola trentina spende molto, ma oggi produce risultati inferiori a chi ha meno risorse. Bisogna riporre i vecchi slogan nel cassetto, ascoltare chi la scuola la fa ogni giorno nelle classi e ricominciare a progettare la didattica partendo dagli apprendimenti di base. Prima che la normalizzazione diventi mediocrità.
