La finta clemenza del disegno di legge Gerosa

PUBBLICATO SUL CORRIERE DEL TRENTINO DEL 25 GENNAIO 2026:

Quando si discute di una riforma che riguarda la scuola, come sta accadendo in questi ultimi tempi (sono dei giorni scorsi le audizioni in Provincia sui disegni di legge relativi alle carenze formative) si corrono sempre due rischi: da un lato quello di parlare soltanto per gli addetti ai lavori, dall’altro di non centrare veramente mai il problema; dispersi nella astrusità apparentemente innocua degli articoli di legge, non capire qual è la posta in gioco.
Partiamo allora col dire subito che l’argomento non è per specialisti e che la posta in palio riguarda, oltre ai nostri studenti, il loro e il nostro futuro. La riforma delle carenze, proposta dal ddl n. 75 a prima firma dell’assessore Gerosa, infatti, pur inserendo nelle premesse espressioni come ‘qualità’, ‘successo formativo’, ‘individualizzazione e personalizzazione dell’insegnamento’, vale a dire concetti alti e condivisibili, di fatto ostacola la crescita umana
e culturale degli studenti e la professione docente.
In poche parole si tratta di una riforma che da un lato prevede una verifica biennale delle carenze formative (per intenderci, le insufficienze che gli studenti presentano nelle discipline a fine anno), dopo il secondo e quarto anno di scuola superiore, con la possibilità, quindi, di iniziare proprio il secondo e il quarto anno di studi senza aver affrontato una verifica delle insufficienze relative all’anno precedente; dall’altro prevede in questo anno di carenza “sospesa” una sorveglianza continua da parte della scuola, che deve progettare il recupero di ogni singolo studente, in ogni singola materia, monitorarne i progressi e pubblicare sul registro elettronico periodicamente tutto ciò che riguarda il recupero dello studente.
I nuclei critici sono due.
Partiamo dal secondo. Questo monitoraggio ossessivo, questo eccesso di trasparenza, anziché promuovere la consapevolezza degli studenti trasformerebbe la scuola un luogo di ‘sorveglianza speciale’. E finirebbe per annullare l’autonomia dei ragazzi, non favorendo di fatto le pause, le cadute, gli intoppi umanissimi e personali che sono necessari ad ogni percorso di recupero e di crescita, come sa bene chi abbia mai messo piede in un’aula scolastica. Un percorso e un recupero che vengono – ricordiamolo – spalmati su due lunghissimi anni. Così, senza aver colmato le lacune, si chiede agli studenti di proseguire la propria strada, per affrontare la quale, spesso, proprio ciò che non si è recuperato è propedeutico al resto del cammino.
Se da una parte si dilata il tempo del recupero, dall’altra si introducono eclatanti disparità di trattamento che rendono il disegno di legge tutt’altro che clemente: uno studente potrebbe partire bene il primo anno e avere un’insufficienza alla fine del secondo, quindi dovrebbe recuperare con molto meno tempo a disposizione, rischiando poi di non essere ammesso al terzo o quinto anno, per via dello sbarramento. O forse si farà finta che le carenze non esistano più e si diffonderanno tacite sanatorie generali? Ma che qualità può esistere in una scuola che funziona così?
Se poi si crede che le comunicazioni dei progressi in tempo reale alle famiglie, abnormi per quantità, vadano nella direzione del benessere, ricordiamoci che già oggi molti genitori vivono con apprensione le notifiche su voti e assenze, arrivando a contattare i figli durante le lezioni. Quanto lontana, questa situazione, dal benessere digitale tanto propagandato!
Ma non sarà che questo controllo, nelle intenzioni del disegno di legge, riguarda più che altro gli insegnanti? Se questo non fosse già svelato dall’impianto generale del disegno, proviamo a scorrerne il testo e troveremo termini come ‘garanzia di trasparenza’, ‘tutela’, ‘chiarezza’, quasi a dire che la scuola è un nemico da cui difendersi. È questo il secondo aspetto inemendabile del disegno di legge in questione: il rischio di favorire uno scontro tra scuola e famiglie, invece di rinsaldare l’alleanza educativa. Ma sì, trasformiamo gli insegnanti sempre più in burocrati ipercontrollati e gli studenti sempre più in soggetti eterodiretti, non autonomi, procrastinatori legittimati.
Forse bisognerebbe ricordarsi che la scuola non è un servizio all’utente, ma un’Istituzione dello Stato, luogo di formazione e di crescita sancito dalla Costituzione. Forse si dovrebbe ricominciare a pensare che gli studenti, a scuola, costruiscono la propria umanità nel confrontarsi con i saperi e con chi quei saperi desidera condividere con loro; e, quando accompagnati, sono capaci di trarre profitto da ogni esperienza, anche difficile, più di quanto ritenga chi esercita una finta clemenza, privandoli di preparazione.
Forse bisognerebbe pensare che molti insegnanti fanno con passione e professionalità il loro mestiere e dispiace constatare che proprio le istituzioni che li dovrebbero sostenere in realtà non accordano loro fiducia. Altrimenti di questo passo, in un futuro non troppo lontano nessuno vorrà più fare il più bel mestiere del mondo.

Chiara Vadagnini
Andrea Dietre
Ivan Sodini
Docet – associazione insegnanti del Trentino

Luca Malgioglio
Agorà 33

 

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