La solitudine dei (numeri) primi

 

Diciamolo con franchezza: è stato davvero una sorpresa leggere sulle pagine de “l’Adige” del 9 marzo scorso l’articolo che descrive l’ultima parte dell’esperienza professionale fortissima, struggente e, per certi versi, malinconicamente “sola” di Francesco Prandel.
Un insegnante di chimica che ho avuto la fortuna di conoscere personalmente e il privilegio di avere come collega e compagno di antiche e mai concluse battaglie contro l’evoluzione (ma per noi un’evidente involuzione) della scuola e delle sue dinamiche di gestione che hanno trasformato il “vecchio” preside in dirigente, dispensatore di veline dell’amministrazione e ancora e molto più di prima accentratore di poteri che a scuola generano odiose discriminazioni all’interno della classe dei docenti, facendoli soccombere di fronte ad un ordine precostituito, a volte vere vittime, tante altre tristi marionette schiave del “sistema”, altre ancora come accondiscendente mano d’opera del “capo”.
In questi tentativi, un po’ alla don Chisciotte (lo possiamo ammettere, vero Franz?), di porre un argine alla deriva di credibilità della scuola e del suo corpo insegnanti Prandel si è scontrato alla fine con i massimi vertici dell’amministrazione, chiedendo confronti che per motivi facilmente intuibili non gli sono stati concessi, se non in misura infinitesima rispetto a quanto chiesto. Orgogliosamente solo, ha tenuto il punto, mettendo sul piatto anche il posto di lavoro, ma soprattutto la vicinanza di persone che un po’ alla volta (volle più la pavidità di molti che la quiescenza di alcuni) lo hanno lasciato solo ed unico nella propria ferma posizione: in tempi non sospetti (cioè tanti anni fa) contro l’invadenza (vera invasione) della “tecnologia” nella didattica e nella professione del docente, ben orchestrata da chi tiene i cordoni della comunque povera borsa da trenta denari che alimenta l’istruzione in Italia; poi contro le imposizioni sanitarie che nel tempo hanno dimostrato tutta la loro pervicace posizione illiberale, per ultimo (ma non ultimo) contro la burocratizzazione del lavoro di insegnante, diabolico strumento per sottrarre chi insegna dal proprio lavoro (formare coscienze e alimentare lo spirito critico nei giovani), ormai “virato” in un grigio mansionario impiegatizio, senza né arte né parte, ma soprattutto senza più passione per mettere in guardia le generazioni future da certe verità distorte di un mondo a pezzi che puntano all’assuefazione e alla rassegnazione di chi il mondo lo vive.
Solo e primo, come Prandel, anche il giornalista Pietro Gottardi, firma non poco tribolata (anche nelle redazioni si può trovare affisso il cartello “Non disturbate il guidatore”) che alla fine ha trovato il modo di uscire con l’intervista a Francesco Prandel, tra pochi volenti (tra cui sicuramente il direttore Depentori, a cui va dato merito) e sostanziosi nolenti. Naturalmente senza successiva scia e codazzo di voci, troppo intonate sulle note di un main stream sempre più stucchevole, anonimo, di plastica.
Franz e Pietro, primi, e ricchi di quella solitudine che “fa” valore, oltre l’orgogliosa difesa della posizione, soprattutto se parli alla gente, come fa un giornalista, o ai giovani, come dovrebbe fare un insegnante. Per mettere alla luce uno dei problemi di fondo della scuola del terzo finora disgraziato millennio, forse il più grave: l’autoreferenzialità dispotica di chi “conduce il pullman”; dritti al punto, aggirando con cura quegli effetti collaterali che fanno glamour, pagine sui giornali, forse qualche punto di audience, ma non hanno la forza e lo spessore, oltre al fascino e la ricchezza morale, che possiedono solo quelli che hanno vissuto sulla propria dura pelle la solitudine di essere dei (numeri) primi.

 

Lucio Gerlin
libero socio di Docet
associazione Docenti del Trentino

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