Le ondate di calore, sempre più frequenti, non sono più un’eccezione ma una realtà con cui dobbiamo confrontarci. In tutta Italia si discute sull’organizzazione dei servizi pubblici e, in particolare, della scuola dell’infanzia, con l’ipotesi di ripensarne il calendario alla luce delle nuove condizioni climatiche, mettendo al centro il benessere dei bambini e di chi vi lavora.
In questo contesto, il Trentino sembra muoversi in direzione opposta. Mentre altrove si valuta come tutelare meglio i bambini nelle settimane più calde, l’apertura delle scuole dell’infanzia a luglio è diventata di fatto un undicesimo mese di attività. Una scelta nata per rispondere ai bisogni di conciliazione delle famiglie, ma che dopo sette anni merita una riflessione libera da slogan e semplificazioni. La scuola dell’infanzia è scuola a tutti gli effetti e parte del sistema educativo nazionale dal 1968. Non è un servizio di custodia né una risposta automatica ai problemi organizzativi della società. Ha finalità educative precise e richiede progettazione, continuità, relazioni stabili e tempi rispettosi dei bisogni dei bambini. A luglio questi elementi rischiano di indebolirsi: dopo dieci mesi intensi, frequenze discontinue, accorpamenti di sezioni o scuole e cambi di gruppi e riferimenti educativi compromettono la continuità relazionale, uno dei pilastri della scuola dell’infanzia. In queste condizioni diventa difficile parlare di un vero progetto educativo. Si aggiunge il tema del cambiamento climatico: le alte temperature rendono sempre più faticosa la permanenza negli edifici scolastici, anche con sistemi di raffrescamento. Per molti bambini significa trascorrere molte ore negli stessi spazi proprio quando avrebbero bisogno di attività all’aperto, movimento, esperienze diverse e ritmi più liberi. Qui emerge una contraddizione evidente. Il Trentino promuove la propria immagine come terra di qualità della vita, natura ed esperienze all’aperto. Ma occorre chiedersi se questa idea di benessere valga anche per i bambini, che spesso restano chiusi in ambienti scolastici proprio nel periodo più caldo dell’anno.
Riconoscere le difficoltà delle famiglie è necessario: costi dei centri estivi, posti insufficienti, orari di lavoro complessi e fragilità delle reti familiari sono problemi reali. Tuttavia non possono trovare come unica risposta l’estensione del tempo-scuola. La conciliazione richiede politiche familiari, servizi estivi qualificati, sostegni economici, maggiore flessibilità lavorativa e una rete educativa diffusa sul territorio.
Un aspetto spesso trascurato riguarda le insegnanti, per lo più donne, che oltre al lavoro educativo sostengono anche un intenso carico di cura nella propria vita privata. Negli ultimi anni la scuola dell’infanzia è diventata più complessa: le sezioni accolgono 24 bambini, mentre aumentano fragilità, bisogni educativi diversificati e richieste di attenzione individuale e collaborazione con le famiglie. Il lavoro educativo coinvolge corpo, mente ed emozioni ogni giorno, mentre l’organizzazione scolastica è rimasta sostanzialmente invariata. Parlare del benessere delle insegnanti significa difendere la qualità della scuola, perché un sistema educativo è tale solo se valorizza chi lo rende possibile.
Non sorprende che sempre più insegnanti lascino la scuola dell’infanzia per altri gradi scolastici o si trasferiscano in province vicine, dove percepiscono maggiori tutele e valorizzazione professionale. Quando una professione perde attrattività, si perdono esperienza, continuità e qualità, con ricadute sull’intero sistema.
La sola chiusura ad agosto riduce il tempo disponibile per manutenzione degli edifici, riordino degli ambienti, formazione del personale e progettazione educativa, tutte attività invisibili ma fondamentali. Se il clima è cambiato, se la società è cambiata e se sono cambiati i bisogni delle famiglie e dei bambini, è necessario interrogarsi sull’organizzazione della scuola dell’infanzia. Limitarsi ad allungare il calendario rischia di essere la soluzione più semplice, non necessariamente la più giusta.
Difendere la scuola dell’infanzia non significa opporsi alle famiglie, ma tutelare il diritto dei bambini a un’infanzia fatta di relazioni, esperienze, natura, tempi distesi e qualità educativa. Significa riconoscere il valore di una professione essenziale e chiedere politiche più ampie per l’infanzia e la famiglia, che non gravino esclusivamente sulla scuola. Le ondate di calore ci obbligano a ripensare molte abitudini. Il punto non è solo decidere se tenere aperte o chiuse le scuole a luglio, ma chiederci se questa sia davvero l’infanzia che vogliamo offrire ai nostri bambini.
Michela Lupi
componente del direttivo per la scuola dell’infanzia
Link al comunicato ufficiale di Docet sull’apertura delle scuole dell’infanzia nel mese di luglio
