Si può emendare il DDL Gerosa?

PUBBLICATO SU L’ADIGE 15 MARZO 2026:

La decisione di Gerosa di rinviare l’approdo in aula consiliare del disegno di legge sulle carenze formative è una mossa strategica. Si adducono motivi di confronto, cui vorremmo dar credito, ma in primo piano resta un dato di fatto: che con gli attuali chiari di luna la discussione si sarebbe impantanata negli emendamenti di Degasperi e nelle latenti freddezze, ove non anche nelle scoperte opposizioni, della stessa coalizione di governo.
La strategia è fin troppo decifrabile; e getta ombre sulla dichiarata volontà di dialogo con gli insegnanti, mai consultati in tutto l’iter del ddl, mantenuto a un livello di segretezza e incubato così a lungo da dare l’impressione di una montagna che partorisce il topolino; anch’esso per giunta non troppo in salute. Ciò che gli insegnanti non potranno accettare sarà di essere consultati su quisquilie di un testo inquinato dalla stessa idea di scuola che ha generato il problema delle carenze; e di trasformarsi quindi, a proprio danno, in consulenti di un fallimento già scritto anziché in motori di un cambiamento che da anni invocano inascoltati.
Entrare nel merito di un simile testo per “migliorarlo” significa in anticipo accettarne l’impianto, cioè discutere di dettagli anziché dei principi fondamentali che devono improntare la riforma delle carenze formative, il cui disastro è conclamato da almeno quindici anni. Proviamo però a stare al gioco e a concentrare in tre aspetti chiave le richieste di modifica del testo, affinché esso possa proseguire il suo iter con fondate prospettive di condivisione da parte del mondo della scuola.
Prima esigenza, irrinunciabile: il passaggio dalla biennalità all’annualità della verifica di superamento delle carenze all’inizio dell’anno scolastico. Nonostante le fumose ragioni addotte a difesa di una verifica dilatata sul biennio, non vediamo un solo motivo didattico-educativo per il quale non si debba richiedere agli studenti di dimostrare annualmente il recupero di lacune che impediscono di procedere con successo nel percorso di studio. È nel loro stesso interesse, e delle famiglie che li accompagnano nel percorso formativo insieme alla scuola, avere indicazioni chiare sulla situazione. E tale interesse è ancora più forte nel primo anno del biennio e nel primo del
triennio della scuola superiore, a più forte carattere orientativo, al termine dei quali assurdamente non è previsto alcun esame.
Seconda esigenza, speculare alla prima. Via la burocrazia superflua e persino dannosa: ciò è possibile appunto reintroducendo una verifica annuale, in quanto proprio la dilatazione dei tempi costringe a prevedere continui monitoraggi che sono agli antipodi degli ideali di benessere profusi a larghe mani dall’assessora in altri regolamenti, come quello sulla disconnessione. Parlare di responsabilizzazione degli studenti in una simile gabbia di ferro è un paradosso che nessuno ci ha ancora spiegato; ma soprattutto è la prova conclamata di quanto affermo da tempo: che la legge Salvaterra ha trasformato la scuola trentina in una burocrazia perfetta, dove il potere dell’Ufficio prevarica ogni aspetto didattico, educativo, valoriale, a discapito del futuro stesso degli studenti, trattati come utenti allo sportello, e della professionalità dei docenti, guardata con sospetto dallo stesso legislatore che li presenta come antagonisti a studenti e famiglie.
Terza esigenza: le risorse. Risibile l’investimento sui docenti che finora è stato garantito, anche dopo un primo confronto con le minoranze in V Commissione. Se le procedure descritte nel ddl i docenti sono già chiamati a compierle, non si vede quale sia l’impatto migliorativo della proposta, che non innova ma semmai descrive. Se esse viceversa sono prestazioni aggiuntive, ne consegue la necessità di un approfondito confronto sindacale e di un commisurato riconoscimento. Altrimenti – nulla di nuovo sopra Borghetto – sono sempre nozze con i fichi secchi.
Di quale via trentina stiamo parlando? Solo la disponibilità a modificare il ddl secondo questi tre assi di senso può aprire un reale spazio di dialogo; diversamente, si dovrà convenire che questo ddl è nato morto e solo un atto di forza potrà imporlo a una scuola trentina già traumatizzata da un ventennio di provvedimenti calati dall’alto.
Un ultimo dettaglio che nessuno ha finora rimarcato. Già allo stato attuale della calendarizzazione del ddl in aula, e per ammissione stessa dell’assessora, il nuovo sistema non potrebbe partire prima di settembre 2027, cioè nell’ultimo anno di legislatura. Poiché poi la verifica di superamento delle carenze è prevista allo scadere del biennio, i primi esami saranno programmati nel 2029, quando ormai si sarà aperta la nuova legislatura. Nel frattempo – dopo quasi un decennio di sterile dibattito – ci teniamo un sistema fallito, per ammissione della stessa titolare dell’istruzione. A rimetterci, tanto, sono sempre loro: gli studenti, sedotti e traditi dal solito teatrino trentino dei diminutivi.

 

Giovanni Ceschi
presidente di Docet – Associazione insegnanti del Trentino

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