L’Adige dà oggi ampio rilievo al disastro Invalsi (su cui si veda l’ottima riflessione di Alberto Pellai) con un riquadro dedicato al comunicato della nostra associazione sui risultati trentini, che fanno registrare un vero crollo in Italiano e Matematica. Mal comune, nessun gaudio, nel caso specifico.
Ma c’è un altro aspetto che merita attenzione. Sempre sull’edizione odierna compare un editoriale del presidente di Docet sul “turismo scolastico” in entrata e in uscita dal Trentino.
Due temi in apparenza distinti, ma che mostrano una correlazione: il comune denominatore è la tendenza della PAT a nascondere la polvere sotto il tappeto, raccontando una realtà che non esiste. L’eccellenza trentina, se mai è esistita, si è ormai tramutata in mediocrità: una prima analisi dei dati condotta dall’associazione dimostra che il Trentino è la provincia che sta facendo registrare, nella serie statistica degli ultimi anni, il più preoccupante differenziale in negativo.
Le cause? Multifattoriali, come per ogni fenomeno complesso. Ma il fenomeno del turismo scolastico, legato al disastroso sistema delle carenze formative, è una specie di caso di scuola. In Trentino le carenze formative sono diventate una barzelletta, e finiscono con l’attirare persino turisti di una scuola facile che desiderano “respirare” con il 6 promesso dal nostro sistema anche in presenza di gravissime lacune; e chi esce dalla nostra provincia scopre che le insufficienze assegnate qui per il sistema nazionale sono già 6 a tutti gli effetti.
Ebbene: una simile logica facilitatrice, rassicurante e illusoria – alimentata dalla narrazione di assessorato e dipartimento istruzione – sta creando generazioni di studenti confuse nelle competenze scolastiche e impreparate al futuro, appiattendoci sul resto d’Italia. Che si stiano raccogliendo dei frutti solo nelle competenze digitali non consola affatto: potrebbe essere anzi altissimo il prezzo di una simile centralità degli strumenti cui vengono sacrificati i fini più alti dell’insegnamento.
Urge una seria riflessione sulla didattica e sul significato stesso della scuola, cambiando direzione rispetto agli ultimi vent’anni di legge Salvaterra e ritrovando il coraggio dell’onestà che vada oltre quest’autonomia di minuscolo cabotaggio, oppressa da una burocrazia tentacolare.
Docet è pronta a dialogare e ha tante proposte per il futuro. Ma per dialogare bisogna essere in due.



